domenica, settembre 03, 2006

Pronto al negoziato


Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha confermato il rifiuto del suo governo di sospendere l'arricchimento dell'uranio come precondizione per i negoziati. Lo ha detto il segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, in una conferenza stampa dopo un lungo colloquio con il presidente iraniano. «Il presidente - ha aggiunto Annan - ha comunque ribadito che il suo paese è pronto a negoziati per risolvere la questione». Il ministro degli esteri iraniano, Manucher Mottaki, parlando nella stessa conferenza stampa, ha tuttavia sottolineato che ogni accordo deve essere trovato nel «rispetto del diritto inalienabile di Teheran ad utilizzare l'energia nucleare», aggiungendo che la risoluzione approvata dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu il 31 luglio, che dava un mese di tempo a Teheran per sospendere l'arricchimento dell'uranio, è «illegale ed è stata adottata sotto le pressioni politiche degli Usa e della Gran Bretagna». Ahmadinejad ha detto che in ogni caso l'Iran offre pieno sostegno alle Nazioni Unite in Libano, ed è aperto a trattative anche sul problema del nucleare. Lo stesso Annan ha sottolineato la «disponibilità e la determinazione a negoziare e a trovare una soluzone per la crisi nucleare».

lunedì, luglio 24, 2006

La via diplomatica

Teheran è favorevole ad una "soluzione diplomatica" del conflitto tra Israele e Hezbollah e non intende inviare proprie truppe in Libano. Lo ha affermato il portavoce del governo iraniano Gholam-Hossein Elham. Elham ha detto che l'Iran sostiene "tutte le vie legali e diplomatiche" per la cessazione delle ostilità tra le parti.

In moto


Centro di Teheran: foto di Pino Scaccia

La guerra in Libano

Teheran - La linea ufficiale di Teheran dice che la Repubblica Islamica con questa guerra non c'entra. Per essere espliciti non sono iraniani i missili che cadono su Israele come invece sostengono Washington e lo Stato ebraico. E non importa se il presidente Mahmud Ahmadinejad in persona inneggia all'eroismo dell'Hezbollah, invita gli «israeliani a fare le valigie» e sostiene che lo Stato ebraico «ha ormai schiacciato il pulsante della sua autodistruzione». Non importa. È solo un «sostegno morale», spiegano i diplomatici di Teheran. Devono invece contare le assicurazioni del capo di Stato Maggiore, il generale Hassan Firouzabadi, «l'Iran non parteciperà alla guerra», e le prove di un coinvolgimento materiale dell'Iran. Prove che nessuno ha ancora mostrato. Unica falla, nella dichiarata neutralità militare di Teheran, è rappresentata da quelle due dozzine di «aspiranti martiri» andati in Libano per immolarsi contro i «diavoli sionisti». Volontari della Guerra Santa, ma precisa Mohammad Ali Samadi, portavoce del Quartier Generale per la Gloria dei Martiri, «senza alcun rapporto con l'Hezbollah e tantomeno con il governo iraniano». Andrea Nicastro Corriere.it

martedì, luglio 18, 2006

Stile islamico


Alcune modelle iraniane durante la sfilata "The women of my Land" che si è tenuta a Teheran. Le autorità locali vogliono diffondere anche con iniziative del genere l'idea di una donna che indossi abiti in linea con i valori islamici e contrari alle mode occidentali.

mercoledì, luglio 05, 2006

Il bazar



Teheran– Ogni volta che torno in questo Paese è un’emozione diversa. Naturalmente sono sempre alla ricerca di notizie riguardo il nucleare. Un argomento sempre vivo ma senza una soluzione. Una partita a scacchi infinita giocata tra il presidente iraniano Ahmadinejad e quello americano Bush. E’ facile quando si parla con persone del luogo chiedere come vedono il nucleare. Molti preferiscono non esprimersi altri spiegano che è soltanto per fini pacifici. Intanto le meraviglie a Teheran non mancano e il più delle volte finisco nei bazar. Luoghi che affascinano e catturano ma che allo stesso tempo nascondono infiniti trabocchetti e insidie. Ieri mattina mi sono avventurata in uno di questi in cerca di qualcosa di particolare per una persona molto importante. Mi ha colpita moltissimo una scena che sembrava tratta da un film. C’erano due turisti, probabilmente in viaggio di nozze, stavano scegliendo dei souvenir da portare in Italia, quando ad un certo punto sono stati avvicinati da due che gli proponevano dei tappeti. Mentre uno mostrava i meravigliosi tappeti l’altro molto scaltramente gli rubava il portafogli. Sono rimasta impressionata da questa raccapricciante scena. Comunque ho continuato il mio giro al bazar, ho acquistato degli incensi e tanti piccoli oggetti da mettere nella mia casa e da regalare alla persona importante che dicevo. Tutto sembra magico. Si sente odore di incenso. I colori delle sete e poi mi piace chiudere gli occhi ed immaginare questo luogo molti anni fa quando i mercanti sceglievano la Persia come luogo di scambio delle merci. Simona Maggi

martedì, luglio 04, 2006

Ritorno al futuro



Tehran - Riprendo da dove ho cominciato. Dalla piscina. Due settimane dopo sono finalmente sceso ai bordi, non per assaggiare l'acqua ma per cenare, sotto le luci. E' il nostro saluto a questa grande capitale e a un Paese magico, misterioso, in continua evoluzione. Giorni non facili in cui abbiamo dovuto capire una cultura molto diversa dalla nostra ma anche affascinante per l'incontro con persone che vogliono andare avanti, pur non rinnegando il passato. In questi quindici giorni vi ho mostrato solo qualche scorcio di una realtà complessa e dalle mille facce. Parto con l'intenzione (e la voglia) di tornarci (presto). Vado a Roma con le parole di un amico iraniano: "Guardate bene in casa vostra, ognuno ha i suoi problemini". Leggo sul web la gazzarra tra senatori italiani e chino il capo di fronte a tanta saggezza. 28 giugno 2006

Perchè tanta fretta?



Tehran – Ieri sono entrato in un palazzo del potere, il ministero degli esteri iraniano, il crocevia in questo momento degli interessi politici mondiali. Affollatissima conferenza stampa di Hamid Reza Asefi, portavoce autorevole del ministro Mottaki. Tutte le domande naturalmente sono state sul nucleare. Asefi è stato chiaro: “Noi vogliamo trattare, lo stiamo dimostrando, Mottaki gira il mondo per incontrare islamici e non islamici, vuole sentire il parere di tutti. Siamo assolutamente per il negoziato, ma non bisogna metterci fretta. Il presidente Ahmadinejad ha detto che daremo una risposta entro agosto e i motivi ci sono perché noi dobbiamo innanzitutto pensare agli interessi del nostro Paese e sentire tutte le componenti. Non capiamo questa fretta, abbiamo tutta la volontà di accettare il dialogo con l’Europa. Gli Stati Uniti insistono, sembrano che non abbiano tempo. Invece noi, per esempio, siamo preoccupati dalla loro presenza ai nostri confini. Condanniamo con fermezza il terrorismo irakeno, ma la presenza militare americana costituisce un forte disagio per tutta la regione”. Eloquente. Va chiarito che, ammesso che l'Iran abbia intenzione di costruire la bomba atomica, ci vorrebbero almeno dieci anni a partire da oggi. Il Pakistan, per esempio, già la possiede.

I fidanzatini



Tehran, giardini dell'Università statale.

Parlare di nucleare,con una vittima



Tehran - Hamid Salehi ha trentotto anni. Ne dimostra molti di più, è malato gravemente ai polmoni e ha tutto il corpo pieno di piaghe. Aveva solo quindici anni quando partecipò alla guerra contro l'Iraq, da volontario. "Ero piccolo, non ricordo bene, combattevo lungo il fiume, al confine. Un giorno arrivò una bomba e poi un'altra subito dopo. La seconda non esplose. Non capimmo e quando si sprigionò il gas molti miei compagni morirono asfissiati, io mi sentii malissimo". Hamid è una delle vittime della guerra chimica di Saddam, come dicono qui in Iran. Una guerra lunga diciassette anni. Saddam usò almeno trecento volte le armi chimiche, ci dicono. Probabilmente al cianuro, loro le chiamano semplicemente bombe alla mostarda. "Peggio di Hitler" dice Hamid che sta per laurearsi in scienze politiche ma che non potrà mai lavorare perchè sta molto male e deve accontentarsi del sussidio dello Stato. Gli chiediamo allora com'è possibile che anche l'Iran oggi pensi ad usare il nucleare. "Intanto ricordiamoci che non sono i popoli a volere le guerre ma i governi. E tutti quelli che fanno i soldi con le guerre. Io amo tutti, cristiani e mussulmani possono essere fratelli. Io non credo che l'Iran abbia la bomba atomica. Io non voglio una cosa del genere, sarebbe un disastro. Da qualche anno siamo gemellati con le vittime giapponesi di Hiroshima, abbiamo lingue differenti ma ci capiamo, siamo vicini. Non vogliamo altre catastrofi, il mondo non può permetterselo". L'incontro con quest'uomo avviene nei locali dell'associazione dedicata appunto alle vittime della guerra chimica con l'Irak. Un milione di colpiti, almeno cinquantamila ancora a rischio mortale.La sala è piena di disegni dei bambini di Tehran dedicati alla pace. Parliamo anche con il responsabile, Shahriar Khateri. Gli facciamo la stessa domanda, sul nucleare. "Non mi piace parlare di politica, ma intanto bisognerebbe chiedersi perchè gli americani hanno appoggiato quella guerra sporca dell'Irak. Poi bisognerebbe ricordarsi che sono stati sempre loro a buttare la bomba atomica su Hiroshima. Solo a questo punto bisognerebbe interrogarsi sul nucleare iraniano. Rispondo subito che l'Iran, ne sono convinto, non ha la bomba atomica nè ha intenzione di usarla, sono solo parole, politica, propaganda. Ma se pure un giorno disgraziato il nostro governo decidesse di usarla, noi diremmo no, noi siamo tanti, noi popolo iraniano, non lo vogliamo". Salutandoci ci fa vedere sul tavolo una mina antiuomo. "E' italiana." Ma sorride e ci stringe la mano, con amicizia. E' il futuro che conta, non il passato.

La libertà



Tehran - Prima non volevano parlare, scappavano. Hanno visto la telecamera. Quando Leila si è avvicinata e ha spiegato che eravamo italiani hanno sorriso: "Allora sì, loro possono capire". Era stato difficile convincerle a parlare, è stato anche più difficile farle smettere. Parlavano tutte insieme, con fervore. "Guarda, qui la libertà adesso c'è, sarebbe falso dire che non possiamo parlare. Sicuramente noi iraniane siamo più libere di altre donne islamiche. Ma non è ancora abbastanza perchè noi parliamo ma loro non ci sentono. Quando chiediamo qualcosa ci rispondono: è la legge. Ma noi vogliamo sapere perchè, le leggi si possono cambiare se il popolo lo vuole". Ho incontrato questo gruppo di studentesse all'Università Statale, la madre di tutte le università iraniane, luogo di fermenti. E la loro falcoltà è la più avanzata di tutte: studiano legge e scienze politiche. Allora che volete? "Vogliamo spazio di negoziazione, vogliamo discutere, decidere insieme. Il nostro Paese è andato molto avanti rispetto ad altri Paesi islamici, ma non è ancora abbastanza. Non vogliamo soprattutto un mondo dominato dai maschi. Qui sono gli uomini che fanno e decidono tutto". Poi ti raccontano. Il chador è solo l'aspetto meno pesante, a molte piace portarlo. Ma è il resto che combattono, il rapporto nella famiglia (non parliamo del lavoro). A microfoni spenti ti spiegano. "Loro, gli uomini possono avere tutte le donne che vogliono, noi no, un uomo solo per tutta la vita, noi siamo proprietà assoluta e non dobbiamo neppure protestare. Non è giusto". La svolta, sicuramente, dipenderà da loro, dalle donne: come sempre in ogni parte del mondo. Qui hanno già cominciato.

In montagna





Tehran - Mi capita spesso. Quando sono in giro per Paesi molto distanti (culturalmente) da noi ho l'abitudine di avvicinarmi più possibile alle abitudini locali. Così stamattina con Norberto abbiamo deciso di passare la giornata festiva (il venerdì mussulmano) esattamente come la passano le famiglie di Tehran. Siamo andati in montagna. Non che poi sia molto diverso da noi: sono cresciuto al mito del "fuori porta". Qui, in cerca di refrigerio, si va verso le montagne che circondano la capitale. Non chiedetemi dove, ma so che era la strada per Lavasan e che siamo andati fuori per una cinquantina di chilometri. A differenza di molte famigliole che abbiamo incontrato, in onore alla nostra inguaribile borghesità, non abbiamo apparecchiato in uno dei tanti prati della zona, ma ci siamo fermati al primo ristorantino che ci piaceva, vicino a un fiumiciattolo. Scelta azzaccatissima. Abbiamo mangiato costolette d'agnello mai trovate così buone e colto ciliegie direttamente dall'albero, da noi privilegio di pochi. Abbiamo dunque celebrato degnamente la giornata di festa, prendendoci qualche ora di vacanza dopo una settimana di lavoro tutto sommato duro. Per stasera, lo dico in un orecchio, cercheremo un ristorante italiano. E' ora di soddisfare anche la voglia di spaghetti, nota malattia italiana. Dicono che ce ne siano almeno due ottimi e frequentatissimi.

Amicizia



Tehran - Una strada (assolata), oggi pomeriggio. Due ragazze.

Ahmadinejad: auguri a Napolitano

Tehran - Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha un sito personale che racchiude tutte le informazioni relative alla sua attività. Ho letto adesso una notizia che non conoscevo. President Ahmadinejad sent a message to newly elected Italian President Giorgio Napolitano felicitating him for his election. The Iranian president, in his message, referred to the "deep-rooted and old ties between Tehran and Rome" and said these could be the basis for greater, constructive interaction between the two countries. "The Islamic Republic of Iran is ready to cooperate with states, including Italy, to promote peace and justice in this world on a spiritual foundation," he said. Ha mandato insomma, è facilissimo da capire, un messaggio di congratulazioni a Napolitano augurandosi che i rapporti fra Italia e Iran siano sempre più stretti. In realtà, i rapporti sono stretti, soprattutto a livello commerciale ma non solo. C'è una vicinanza anche culturale. Basti pensare che ogni anno all'università di Tehran ci sono almeno cinquecento studenti che si iscrivono ai corsi di italiano. La nostra è la prima in assoluto fra le lingue straniere e ha superato anche l'inglese. Ahmadinejad invoca pace e giustizia. Che sia al centro, sempre, di un linguaggio comune. Da una parte c'è la politica, dall'altra la realtà di un Paese che ospita diecimila americani e, pensate, trentacinquemila ebrei. E le parole dunque non devono mettere paura.

Il bancomat



Tehran - Cerco di avere il quadro politico di una situazione estremamente complessa (e in evoluzione) e intanto, girando per la capitale, osservo (e ascolto) molto la gente, perchè forse entrando nella loro vita è più facile capire, come al solito, dove va l'Iran. Ogni giorno è una sorpresa. Convinto che qui fosse bandito uno strumento universale come la carta di credito mi sono reso conto che in realtà non sono usate quelle internazionali, specie quelle americane. Il motivo è semplice: i commercianti temono che all'interno di eventuali sanzioni possa esserci anche il blocco totale del deposito. Preoccupazione del resto legittima. Ricordo in Russia dopo il golpe: lì il nuovo governo si appropriò di tutti i conti correnti. Qui potrebbero essere gli Stati Uniti a bloccare l'incasso delle carte. Molti iraniani, infatti, hanno e usano la carta di credito, anche americana, ma per acquisti all'estero. Qui ci sono ma in moneta locale, in rials. Ed ecco lo sportello di un bancomat dove non è raro trovare la fila. Ah, benedetto mondo: quanto sei complicato.

Ecco perchè



Tehran - Una pompa di benzina. In uno dei Paesi produttori di petrolio, anche per capire l'interessamento del mondo occidentale, ho chiesto il prezzo del carburante. Sono rimasto, da automobilista massacrato dai costi, allibito dalle cifre. Qui un litro di benzina costa 80 ryals. Per capire la proporzione basti pensare che 1000 ryals valgono poco più di un dollaro e poco meno di un euro. Insomma, un litro costa da noi qualcosa come 2000 ryals, 2000 contro 80. Chi è bravo faccia la percentuale. Chi è maligno pensi perchè Bush trova tutte le scuse per buttarla in cagnara. L'Islam non c'entra niente. Siamo alle solite: c'entrano i soldi, come sempre.

Più calcio che nucleare

Tehran - Il villaggio globale permette naturalmente, da tempo, di stare tutti insieme. Così mentre leggo sulle agenzie di un viaggio prossimo del ministro degli esteri iraniano Mottaki a Roma dove chiederà l'appoggio di D'Alema, non posso che soffermarmi sulle altre notizie. Quelle che in qualche maniera ho dentro. Ancora buio sui fratellini di Gravina che ho lasciato di corsa per venire in Iran. I brutti venti che stanno soffocando la Somalia. Dopo calciopoli lo scandalo brutto dei Savoia, come dire che non ci facciamo mancare niente. Seguo distrattamente le vicende calcistiche mondiali (compresa la figuraccia degli azzurri): qui stasera festeggiano la batosta presa dall'Arabia Saudita, non li possono vedere, certo si parla più di pallone che di nucleare. E poi l'Iraq. Saddam condannato a morte, scontato. L'assassinio di Calipari archiviato, scontato anche questo. Almeno un'impennata d'orgoglio dei magistrati romani che hanno invece incriminato Mario Lozano per "delitto politico". Non serve a nulla ma quantomeno il marine che ha scaricato cinquantotto colpi sull'auto con la Sgrena non potrà venire a visitare la terra degli avi. L'ennesima impunità americana mi indispettisce e preferisco finire con la storia del povero gabbiano finito nei motori di un aereo a Rimini. Quasi uno di famiglia.

Ragazze iraniane, oggi



Tehran - Oggi sono andato al centro, sfidando il caldo. Munito rigorosamente di permessi. Il piccolo reportage potrebbe intitolarsi "caccia alla minigonna", ma darebbe l'idea di qualche obiettivo non esaltante e invece il tentativo (riuscito) era di dimostrare con le immagini che l'Iran non è il Paese buio e oscuro che qualcuno vorrebbe dipingere. Questa foto, e le altre che metterò nei commenti, sono assolutamente casuali. Mi sono messo su Valiè Asr, che è la via principale della città, la attraversa da sud a nord, e ho scattato tutto quello che mi capitava davanti. Questo è il risultato. Vita normale, vestiti normali, sorrisi, "struscio" come in qualsiasi altra capitale del mondo. E giovani, soprattutto giovani in giro. La politica può mischiare le carte, ma lo specchio reale della società è per le strade. (Per chi non lo avesse capito, queste sono le minigonne, cioè abiti corti sopra i pantaloni, quasi tutti jeans: e anche questo non è un segno da sottovalutare).

Giorno e notte






Le due facce di Teheran